Nottambuli a cena – Otello Marcacci (Les Flâneurs)

Sull’orlo del fallimento e con la minaccia di un procedimento penale sulle spalle, Luca Migliorini pensa al suicidio, l’ultima possibilità che gli resta per salvare il posto di lavoro dei suoi dipendenti grazie ai soldi dell’assicurazione. Un giorno però riceve un’offerta, concreta quanto agghiacciante, che lo fa vacillare. Comincia così un viaggio a doppio binario nella sua coscienza e in quella comune, che si sostanzierà nel viaggio reale verso un Meridione sconosciuto e perturbante. Nel frattempo, infatti, l’imprenditore accetta di farsi carico di Tommaso, sfortunato ragazzino che dovrà accompagnare dal padre naturale. Assieme a lui ci saranno i suoi amici storici, ognuno dei quali dovrà affrontare traversie non meno torbide e interrogare la propria morale per strappare dal caos risposte salvifiche. Ma esistono poi davvero o è invece impossibile una soluzione univoca e valida per tutti?

Le grandi decisioni prendetele senza pensarci troppo

«Più due alternative sembrano altrettanto attraenti, più può essere difficile decidere ma, al tempo stesso, la scelta conta di meno». 🔮

È il paradosso di Fredkin, secondo cui le grandi decisioni della vita andrebbero prese allo stesso modo in cui si prendono le decisioni quotidiane: senza pensarci troppo, affidandosi un po’ all’istinto e un po’ al caso. Insomma, se tutte le scelte ci attirano allo stesso modo e non riusciamo a eliminare i nostri dubbi pensandoci ancora un po’, allora la scelta finale non è poi così importante.

Ci avete mai pensato? Per quanto mi riguarda, da quando ho avuto modo di conoscere questa teoria qualcosa è scattato nella mia mente: quasi di colpo ho smesso di scegliere la calma, la cautela, la riflessione portata all’estremo che puntualmente si esauriva in se stessa. In effetti, prima di quel momento non ho fatto che comportarmi come l’asino di Buridano, che si trova alla stessa distanza tra il fieno e l’acqua, ha fame e sete ma non riesce a prendere una decisione e finisce per morire di fame e di sete.

«Il paradosso nasce da questo: ci arrovelliamo e ci agitiamo tanto nell’inutile speranza che sia sufficiente per prevedere il futuro. Nel peggiore dei casi finiamo per scartare le opzioni che potrebbero essere giuste e scegliamo quella sicuramente sbagliata: la paralisi». 🥀

Quando ho scelto di cambiare e ho preso prima una, poi due, tre decisioni drastiche senza dar modo alla paura di radicarsi, è successo qualcosa di magico. L’istinto e una certa dose di incoscienza finalmente si sono presi il proprio spazio – quello che avevo sempre negato loro – e hanno dato un’accelerata al tempo, dandomi al contempo la sensazione di averne “recuperato” molto e rendendo tutto molto più interessante.

Conclusione? Saltare nel vuoto è difficile e spaventoso, ma è sano, è necessario… e dopo un po’ diventa divertente. Se uno ci pensa troppo, quel salto non lo fa. Ma che spreco.

* Qui l’articolo completo

** In foto: Grotte di Ripalta, Bisceglie (Puglia)

Letture consigliate

Il deserto dei tartari, Dino Buzzati

Stoner, John Williams

Gli indifferenti, Alberto Moravia

Planner addict

Sono una planner addict. 📝
Scrivo un diario da quando avevo tredici anni, amo fare liste e spuntare ogni obiettivo raggiunto e ho un numero imprecisato di agende: da quella giornaliera allo scrapbook di viaggio, dal bullet journal all’album di ritagli dalla Lettura e Robinson… ho persino un quadernino in cui annoto i sogni più strani nel tentativo di “interpretarmi”.

Ora, immaginate un soggetto del genere che, senza farlo apposta, si ritrova a vivere un trasloco nell’ultima settimana di dicembre e a trasferirsi nella nuova casa il 1° gennaio.
È lo stesso tipo di soddisfazione che può dare uno scaffale di libri ordinati per colore oppure un mese che comincia di lunedì, ma immensamente più grande e significativa. ✨

Per quest’anno, però, non voglio fare programmi se non quello di continuare ciò che ho iniziato: imparare a lasciar andare, a tagliare i rami secchi, ad accogliere il cambiamento con meno travaglio, a convivere con l’irrisolto senza rimuginarci troppo su. 🌈

Prendo con me i ricordi nati nella vecchia casa, tutto ciò che lì ho vissuto e imparato, e lì abbandono l’attaccamento al passato (o almeno ci provo). Perché, come diceva T.S. Eliot, «what might have been and what has been / point to one end, which is always present»… «ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato / tendono a un solo fine, che è sempre presente». 🕯️

Letture consigliate

Four Quartets, T.S. Eliot

La lettura 1901-2021. Una storia della cultura italiana

Detto, fatto! L’arte di fare bene le cose, David Allen

FOMO versus JOMO

FOMO e JOMO. Ne avete mai sentito parlare? 🤔

Il primo acronimo significa “fear of missing out”: è la paura di essere tagliati fuori, di rimanere esclusi, la «sensazione d’ansia provata da chi teme di essere privato di qualcosa di importante se non manifesta assiduamente la sua presenza tramite i mezzi di comunicazione e di partecipazione sociale elettronici interattivi».

Il secondo acronimo sta per “joy of missing out” e indica la gioia di essere tagliati fuori, il piacere di lasciarsi scappare le cose per dedicare il proprio tempo e le proprie energie al presente e a ciò che conta davvero. ✨

Quest’ultimo è un atteggiamento che mi viene naturale (da brava ISFJ) ma che di solito cerco di limitare. Negli ultimi tempi, invece, mi sono concessa una lunga pausa dai social per concentrarmi su me stessa, sui progetti in corso, sui cambiamenti in atto, sui cerchi da chiudere. E ho capito che l’esigenza di rispettare i propri ritmi, lasciar cadere le foglie secche e concedere ai nuovi semi di riposare al riparo dal freddo è sacra e va rispettata, anche in un mondo dominato dalla produttività e dall’iperconnessione.

«Le parole sono importanti», e allora lasciamole germogliare in pace. Riscopriamo il silenzio, la solitudine, la calma.

Più JOMO per tutti 🌺

Letture consigliate

La brevità della vita, Seneca

Wa. La via giapponese all’armonia, Laura Imai Messina