Le grandi decisioni prendetele senza pensarci troppo

«Più due alternative sembrano altrettanto attraenti, più può essere difficile decidere ma, al tempo stesso, la scelta conta di meno». 🔮

È il paradosso di Fredkin, secondo cui le grandi decisioni della vita andrebbero prese allo stesso modo in cui si prendono le decisioni quotidiane: senza pensarci troppo, affidandosi un po’ all’istinto e un po’ al caso. Insomma, se tutte le scelte ci attirano allo stesso modo e non riusciamo a eliminare i nostri dubbi pensandoci ancora un po’, allora la scelta finale non è poi così importante.

Ci avete mai pensato? Per quanto mi riguarda, da quando ho avuto modo di conoscere questa teoria qualcosa è scattato nella mia mente: quasi di colpo ho smesso di scegliere la calma, la cautela, la riflessione portata all’estremo che puntualmente si esauriva in se stessa. In effetti, prima di quel momento non ho fatto che comportarmi come l’asino di Buridano, che si trova alla stessa distanza tra il fieno e l’acqua, ha fame e sete ma non riesce a prendere una decisione e finisce per morire di fame e di sete.

«Il paradosso nasce da questo: ci arrovelliamo e ci agitiamo tanto nell’inutile speranza che sia sufficiente per prevedere il futuro. Nel peggiore dei casi finiamo per scartare le opzioni che potrebbero essere giuste e scegliamo quella sicuramente sbagliata: la paralisi». 🥀

Quando ho scelto di cambiare e ho preso prima una, poi due, tre decisioni drastiche senza dar modo alla paura di radicarsi, è successo qualcosa di magico. L’istinto e una certa dose di incoscienza finalmente si sono presi il proprio spazio – quello che avevo sempre negato loro – e hanno dato un’accelerata al tempo, dandomi al contempo la sensazione di averne “recuperato” molto e rendendo tutto molto più interessante.

Conclusione? Saltare nel vuoto è difficile e spaventoso, ma è sano, è necessario… e dopo un po’ diventa divertente. Se uno ci pensa troppo, quel salto non lo fa. Ma che spreco.

* Qui l’articolo completo

** In foto: Grotte di Ripalta, Bisceglie (Puglia)

Letture consigliate

Il deserto dei tartari, Dino Buzzati

Stoner, John Williams

Gli indifferenti, Alberto Moravia

Planner addict

Sono una planner addict. 📝
Scrivo un diario da quando avevo tredici anni, amo fare liste e spuntare ogni obiettivo raggiunto e ho un numero imprecisato di agende: da quella giornaliera allo scrapbook di viaggio, dal bullet journal all’album di ritagli dalla Lettura e Robinson… ho persino un quadernino in cui annoto i sogni più strani nel tentativo di “interpretarmi”.

Ora, immaginate un soggetto del genere che, senza farlo apposta, si ritrova a vivere un trasloco nell’ultima settimana di dicembre e a trasferirsi nella nuova casa il 1° gennaio.
È lo stesso tipo di soddisfazione che può dare uno scaffale di libri ordinati per colore oppure un mese che comincia di lunedì, ma immensamente più grande e significativa. ✨

Per quest’anno, però, non voglio fare programmi se non quello di continuare ciò che ho iniziato: imparare a lasciar andare, a tagliare i rami secchi, ad accogliere il cambiamento con meno travaglio, a convivere con l’irrisolto senza rimuginarci troppo su. 🌈

Prendo con me i ricordi nati nella vecchia casa, tutto ciò che lì ho vissuto e imparato, e lì abbandono l’attaccamento al passato (o almeno ci provo). Perché, come diceva T.S. Eliot, «what might have been and what has been / point to one end, which is always present»… «ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato / tendono a un solo fine, che è sempre presente». 🕯️

Letture consigliate

Four Quartets, T.S. Eliot

La lettura 1901-2021. Una storia della cultura italiana

Detto, fatto! L’arte di fare bene le cose, David Allen

FOMO versus JOMO

FOMO e JOMO. Ne avete mai sentito parlare? 🤔

Il primo acronimo significa “fear of missing out”: è la paura di essere tagliati fuori, di rimanere esclusi, la «sensazione d’ansia provata da chi teme di essere privato di qualcosa di importante se non manifesta assiduamente la sua presenza tramite i mezzi di comunicazione e di partecipazione sociale elettronici interattivi».

Il secondo acronimo sta per “joy of missing out” e indica la gioia di essere tagliati fuori, il piacere di lasciarsi scappare le cose per dedicare il proprio tempo e le proprie energie al presente e a ciò che conta davvero. ✨

Quest’ultimo è un atteggiamento che mi viene naturale (da brava ISFJ) ma che di solito cerco di limitare. Negli ultimi tempi, invece, mi sono concessa una lunga pausa dai social per concentrarmi su me stessa, sui progetti in corso, sui cambiamenti in atto, sui cerchi da chiudere. E ho capito che l’esigenza di rispettare i propri ritmi, lasciar cadere le foglie secche e concedere ai nuovi semi di riposare al riparo dal freddo è sacra e va rispettata, anche in un mondo dominato dalla produttività e dall’iperconnessione.

«Le parole sono importanti», e allora lasciamole germogliare in pace. Riscopriamo il silenzio, la solitudine, la calma.

Più JOMO per tutti 🌺

Letture consigliate

La brevità della vita, Seneca

Wa. La via giapponese all’armonia, Laura Imai Messina

Sottolineare i libri

Sono una ferma sostenitrice del team #sottolineareilibri. Lo faccio da quando ho iniziato a leggere per diletto: sottolineo a matita, annoto il numero di pagina nell’ultimo foglio bianco e, una volta terminata la lettura e anche dopo, a distanza di anni, rileggo le parti che più mi hanno colpito, le quali diventano per me la summa di tutta l’opera, la sua anima, ciò che mi rimane dentro ancor più della trama o dello stile.

«Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni»

ha scritto David Grossman.
Ecco, il libro giusto al momento giusto funziona così, arriva inaspettato e sblocca qualcosa di potente:

* qualcosa che era già dentro di noi ma non lo sapevamo;
* qualcosa che sapevamo ma a cui non riuscivamo a dare un nome;
* qualcosa che avevamo sempre pensato, ma mai “così bene”. Per esempio…

«Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni».

Francis Scott Fitzgerald ha dato voce a un’emozione che tutti i lettori hanno provato e che forse è la dinamica inconscia che spinge a leggere, leggere sempre di più.

Per questo amo condividere le mie citazioni del cuore (vieni a leggerle su Instagram e Facebook). Se anche una sola persona fosse colpita da una di queste frasi, e ciò la portasse a leggere il libro da cui è tratta, io avrei raggiunto il mio obiettivo. 🌺

E voi, sottolineate i libri o siete del team #libroimmacolato?

Letture consigliate

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

Il grande Gatsby, F.S. Fitzgerald

Tenera è la notte, F.S. Fitzgerald

Preludio a un bacio – Tony Laudadio (NN Editore, 2018)

Emanuele è un uomo colto. Un sassofonista. Un lettore che ama iniziare le proprie giornate con una divinazione: ogni mattina entra in libreria, apre un libro a caso e lascia che la prima frase balzata ai suoi occhi determini l’immediato futuro, la lente attraverso cui guarderà il mondo.
Emanuele è un barbone. Un ubriacone precirrotico che lotta per la sopravvivenza agli angoli delle strade e ai margini della società.
Di quante sfumature si compone un essere umano? Quanti colori è necessario percepire per poter dire di conoscere qualcuno o di conoscersi?

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La rampicante – Davide Grittani (LiberAria, 2018)

Nella provincia marchigiana, quella più autentica, fatta di lavoro e sacrificio e «una campagna disegnata dai pastelli di un dio e insozzata dagli eccessi degli uomini», un gioco come tanti degenera nella scoperta che distruggerà la spensieratezza e il futuro di un quindicenne. O, forse, a frantumarsi in mille piccoli pezzi è solo la campana di vetro della sua inconsapevolezza. L’11 settembre 2001, mentre il mondo «vagava stordito con lo sguardo rivolto al cielo», Riccardo Graziosi frugava nel cassetto proibito di una madia alla ricerca dei giornali confiscatigli dal padre.

Quando quel ragazzo qualunque decide di sperimentare il brivido della disobbedienza e sfila quel cassetto dai binari, si imbatte in tre cartelline color limone, sdrucite e implacabili come la verità. È allora che realizza il motivo per cui gli è toccato crescere ai margini di una famiglia felice, e il fisiologico disagio adolescenziale diviene in lui la fiamma che gli impedirà di vivere serenamente, il perpetuo bruciore dell’anima che guiderà ogni sua scelta. Continua su Les Flâneurs Magazine

Davide Grittani

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza (Einaudi)

«Quando nella primavera del 1996» racconta Angelo Pellegrino nella Prefazione «balenò la possibilità di pubblicare per intero il suo libro, Goliarda, accingendosi a rivedere L’arte della gioia dopo vent’anni da quando l’aveva portato a termine, pose davanti a sé una sorta di cartello con le seguenti parole: “Sono passati trent’anni dal primo appunto su Modesta. Attenta, Goliarda, a non cadere nel tranello dell’autocensura”. Temeva che due decenni di rifiuti editoriali, e tre di convivenza con la protagonista del suo romanzo, potessero averle intaccato la forza dell’idea originaria, e di scivolare nel peccato di autocensura, la caduta più grave per una scrittrice come lei. Temeva la vergogna del tradimento più stolto, quello della propria storia».

Oggi, Goliarda, a pochi mesi dagli anni Venti del XXI secolo, ancora la tua Modesta darebbe scandalo, se solo ricevesse la giusta attenzione che il tuo valore reclama. Nessuna autocensura, nessun tradimento: la tua Modesta, nata all’alba di un nuovo secolo, al nuovo secolo dona l’ombra ristoratrice di una femmina viva e vibrante nella calura opprimente del patriarcato nella provincia siciliana di inizio Novecento.

Ed è bello vederla crescere, piccola ma tosta carusa che si distingue, nel contesto di povertà e grettezza in cui sboccia, per una spiccata tensione verso l’apprendimento: quello dei sensi, quello dell’intelletto, quello di ogni esperienza che possa farla accedere a un livello superiore di consapevolezza. Continua su Les Flâneurs Magazine

Goliarda Sapienza

Lions – Bonnie Nadzam (Black Coffee, 2017)

Ogni cosa segue un corso prestabilito, a Lions. Il vento sferza costantemente gli altopiani, le sterminate distese di grano duro sul terreno piatto, gli edifici abbandonati e i pochi abitanti rimasti, progenie di coloro i quali in tempi lontani, vittime della propria inventiva sfrenata e di irragionevoli ambizioni, le diedero quel nome, gettando su se stessi e sulla neonata città del West una maledizione.

«Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco. Era come non essere da nessuna parte, persi nel nulla. Sotto i piedi il vuoto. A Lions non c’era futuro. Non importava quanti aneddoti ti avessero raccontato sugli anni passati, quanti piani avessi in serbo per il domani: eri prigioniero di un eterno presente».

Sembra davvero di essere intrappolati nella “città quasi fantasma” della provincia americana leggendo Lions […] Il lettore si ritrova incatenato come i protagonisti alla sua dimensione fatta di luce, polvere, immobilismo. Una realtà statica, infausta, che apparentemente infonde nei suoi abitanti la brama di fuggire via proprio mentre li incatena a sé. Continua su Les Flâneurs Magazine

Lions
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Bonnie Nadzam

Il sale – Jean Baptiste Del Amo (Neo Edizioni, 2018)

Ci sono libri che, una volta chiusi, lasciano addosso una sensazione tattile, olfattiva, uditiva. Una sensazione viva come un ricordo risvegliato da un odore, un sapore o una melodia. Jean-Baptiste Del Amo, classe 1981, ha scritto uno di questi libri. Già «paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert», pluripremiato in Francia e vincitore in Italia di Modus Legendi 2018 – una sorta di rivoluzione dal basso con la mission di far arrivare ogni anno in classifica nazionale un libro pubblicato da una casa editrice indipendente – con Il sale (Neo edizioni) il giovane scrittore tolosano firma una capitolo raffinato e già memorabile della letteratura francese contemporanea. Ed ecco, tra le sue pagine, il familiare odore di salsedine, ruggine e petrolio; il suono della tramontana, delle onde e della risacca; il brivido del vento sulla pelle bagnata. Negli occhi una palette di colori tenui e freddi, sfumature di beige e di azzurro, e la stessa aura di malinconica riflessività che si intuisce nei pensieri della Ragazza alla finestra di Salvador Dalí. Continua su Les Flâneurs Magazine

Il sale
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Jean Baptiste Del Amo

Il giardino dei fiori segreti – Cristina Caboni (Garzanti, 2016)

«Ciò che realizza l’uomo inizia a decadere nel momento stesso in cui è compiuto; l’unica cosa che davvero è immortale sono le piante, sono i fiori, perché si rigenerano. Perché vivono, e cambiano, evolvendosi».

Vento gelido che toglie il respiro, la luce dei lampioni che galleggia sulle acque del canale. Nelle notti di luna crescente, una ragazza fa qualcosa di proibito: crea aiuole e giardini, dona di nascosto al mondo quei fiori di cui il mondo ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio.

Così conosciamo Iris, mentre sfreccia con la sua bici per le strade di Amsterdam, e già intuiamo la sua dolcezza, la sua gentilezza, la sua solitudine. Anzi no, «non era solitudine, perché lei non era mai sola grazie alle sue piante». Piante e fiori sono per lei un’esigenza, con loro lei parla, di loro si prende cura e loro fanno altrettanto con lei. E tuttavia Iris porta dentro di sé un senso di vuoto, un dolore sottile, una sorta di malinconia che le impedisce di vivere appieno la sua vita. Una vita nomade a causa del lavoro di suo padre Francesco, l’unico familiare rimastole al mondo.

Quando il suo capo le commissiona un articolo sul Chelsea Flower Show di Londra, la mostra floreale più grande del mondo, Iris non se lo fa ripetere due volte. E significativamente è lì, tra i profumi e le composizioni floreali, che accade qualcosa di inspiegabile: Iris si imbatte nel suo doppelgänger, una ragazza talmente identica a se stessa da farle venire i brividi. Stessi occhi grigioazzurri, stessi capelli lunghi e castani, stesso viso delicato. Sono assolutamente identiche e ugualmente terrorizzate.

È così che facciamo la conoscenza di Viola: una ragazza forte e riservata, spesso brusca e pungente come le spine dei fiori che tanto ama. Vive da sola con sua madre Claudia, che è sì una flower designer, ma è priva del tocco speciale di sua figlia. Per Viola le piante sono l’unico rimedio, l’unica consolazione, l’unica maniera per superare una rabbia e un dolore di cui sconosce l’origine.

L’incontro fortuito, quasi guidato dalla mano di un destino sempre presente fra le trame del romanzo, ingenera una serie di interrogativi pressanti all’interno dei due nuclei familiari. È a questo punto che Iris e Viola Donati scoprono di aver vissuto due vite parallele, nutrite dalla reciproca assenza.

«Ti ricordi di me?»

Quella domanda la stupì. Come avrebbe potuto? Quando era andata via era piccolissima. Non si ricordava nemmeno di Iris! Ma in quel momento si rese conto che non era proprio così, perché di lei, adesso che sapeva, era certa di aver percepito l’assenza. Era sempre stata alla ricerca di qualcosa, di qualcuno a cui afferrarsi. E c’erano dei momenti in cui improvvisamente si sentiva felice senza motivo, o terribilmente triste. Sua sorella le era mancata: nonostante non si ricordasse di lei in maniera consapevole, loro comunque avevano un legame.

Le due ragazze scoprono di essere gemelle, di avere una madre e un padre, una nonna, di essere l’ultima generazione di una dinastia indissolubilmente legata alle piante. Scoprono non solo di non essere più sole, di non esserlo mai state, ma di avere alle spalle una storia millenaria nutrita di mistero, di una dimensione quasi fiabesca che parte da un’antica leggenda famigliare e giunge ai loro destini intrecciati. È la dimensione che si snoda attorno a un segreto, attorno al quale altri segreti ugualmente dolorosi si sono abbarbicati.

Socchiuse gli occhi e iniziò a canticchiare. Dapprima era solo un alternarsi di parole sconclusionate, poi trovò il ritmo. «Gli alberi si erano fatti d’argento, e i fiori d’oro. Semi per i viandanti, acqua alla rosa. Il giardino volerà con ali bianche, incurante del tempo. Lui vivrà finché ci sarà un giardiniere per i viandanti, e uno per la rosa. Le fate dei fiori, loro possono tutto

Non è una filastrocca: è la storia della famiglia Donati. È il patto che li unisce da secoli al loro giardino vivo, senziente. La chiave per la sopravvivenza, che deve necessariamente passare attraverso un’evoluzione, un passaggio dal non detto alla scoperta, dalla stasi al fermento: c’è chi dovrà mettere da parte il risentimento per gli affetti rubati, perdonare ogni torto, riprendersi il proprio ruolo; altri dovranno imparare a dissotterrare i propri errori, ad affrontarli, a scagliarli lontano per poter ritrovare la propria serenità; qualcuno dovrà pagare lo scotto di un segreto troppo grande e troppo a lungo celato.

Questo romanzo, lieve e rasserenante come una passeggiata tra aiuole odorose, è in realtà fatto di dolore, di silenzi, di colpe stratificatesi nel tempo e cresciute in maniera disordinata come un giardino inselvatichito. A fare la differenza è la volontà di ricominciare, di mettersi in ginocchio e sradicare erbacce e convinzioni a mani nude, ferendosi, ma creando un terreno adatto alla vita. La condizione per riprendersi gli anni perduti e i fiori appassiti.

Cristina-Caboni

«Appassionata coltivatrice di rose, si dedica alla conoscenza e allo studio delle essenze e delle fragranze naturali. Vive con il marito e i figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica della famiglia. Il sentiero dei profumi (Garzanti 2014) è il suo romanzo d’esordio, cui sono seguiti La custode del miele e delle api (Garzanti 2015) e Il giardino dei fiori segreti (Garzanti 2016).»